Nella valle di Elah, nonostante l’apparente duro impianto scenico, è l’ennesimo piagnucoloso film sui “bravi ragazzi” che vanno in guerra ad esportare democrazia in quegli accidenti di paesi retrogradi che proprio non ne vogliono sapere di accettare/comprendere la grande missione civilizzatrice del nobile Paese.
E così, come già nel Vietnam, i ragazzotti vengono stritolati/subornati dall’ideologia guerresca tanto nel paese occupato - nel quale perpetrano mille abiezioni e nefandezze, un po’ per paura indotta dall’addestramento/indottrinamento, un po’ per noia quasi fossero alle prese con un qualsiasi video-game – quanto nel paese natio, al loro ritorno, dove affogano cani nella vasca da bagno, scannano mogli, accoltellano commilitoni alla fine di bevute infinite lasciandone i corpi ai margini del deserto, e raccontando il tutto con l’aria serafica del serial killer che proprio non vede dove sia il problema.
Ma il problema c’è, ed è enorme, ma nel film non viene affrontato: c’è solo il dolore dei genitori messi davanti all’ennesimo figlio morto in guerra.
Già, la guerra… è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.
Punto.